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15maggio

La caduta del paywall. Ovvero: l’exploit del Boston Globe e le sue conseguenze

Boston Marathon Explosions

Il 15 aprile 2013 rimarrà per sempre nella storia di Boston. È il giorno dell’attentato nel corso della maratona della città, quando l’esplosione di due bombe a pochi metri dalla linea del traguardo uccide tre persone e ne ferisce 178. Ancora una volta, dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti vengono scossi dalla paura del terrorismo.

Ma la differenza rispetto all’attacco alle Torri gemelle non sta soltanto nel bilancio delle vittime, né unicamente nell’organizzazione del gesto criminale. Sta anche nel modo in cui i media hanno raccontato la notizia, nell’attenzione sfrenata con la quale la popolazione mondiale ha seguito gli aggiornamenti. Il numero dei feriti, i loro nomi, le prime immagini del sangue sulle strade: tutto questo ha fatto il giro del pianeta a suon di post su Facebook e retweet.

In un momento come quello, il principale interesse dei giornali era dare le notizie, darle con qualunque mezzo, darle in fretta, darle bene. Il Boston Globe aveva svariate marce in più rispetto agli altri. Radicamento sul territorio, conoscenza della città, rapporti pregressi con le fonti, fiducia da parte dei cittadini. Ma il sito  è a pagamento.

La crisi del Boston Globe e la rottura del salvadanaio

Quality reporting

Il Boston Globe è di proprietà della New York Times Company dal 1993, quando è stato acquistato per 1,1 miliardi di dollari. Nel 2009, la NYTC inizia a manifestare i primi segni di malcontento rispetto al fatturato del quotidiano.

Il 6 aprile di quell’anno, il Wall Street Journal scrive: «New York Times Co. has told employees at the Boston Globe it is prepared to shut down the newspaper within a month». Secondo il Guardian, al Globe sono richiesti tagli delle spese del 23 per cento. Circa 20 milioni di dollari. Cifre già allora insostenibili, sintomo di una crisi dovuta alla «migration of readers to the Internet».

Le trattative sono serratissime, trovare i soldi è questione di lacrime e sangue. Significa rompere il salvadanaio, la rinuncia, per i giornalisti, a parte del loro stipendio e delle loro conquiste contrattuali. L’accordo si trova, il Boston Globe cede al mercato, ma non chiude.

Oggi, il Boston Globe vale tra i 100 e i 150 milioni di dollari. Un miliardo di dollari in meno rispetto al 1993. «Newsrooms may have suffered a 30-50 percent decline in numbers, but the newspapers themselves itself have lost 90 percent of market value», sottolinea Newsonomics in merito ai numeri del giornale del New England. È principalmente questa la ragione per la quale il Globe è oggi in vendita. L’annuncio è arrivato a febbraio di quest’anno. Le fonti ufficiali del NYT hanno parlato di necessità, per la compagnia, «to focus its strategy and investment on the New York Times brand and its journalism». Ma i numeri sono meno buonisti.

Il tentativo del 2011 e il paywall un po’ sì e un po’ no

Take the Globe

A settembre del 2011 il Globe inizia a percorrere una strada digitale fino a quel momento mai tentata: diversifica l’offerta. In un senso tutto suo. Si sdoppia. Da una parte c’è il sito Boston.com, gratuito, iperlocale, con lo sport, l’intrattenimento e tutto il resto. Dall’altra c’è BostonGlobe.com, a pagamento, di respiro più nazionale, approfondito, con inchieste e contenuti speciali, graficamente bello da vedere, con tanto spazio per grandi foto e titoli a tutto campo.

In sostanza, Boston.com e BostonGlobe.com sono rispettivamente la sala d’attesa d’un pronto soccorso e un salotto buono. Boston.com fa il lavoro sporco, rilancia le notizie d’agenzia che BostonGlobe.com verifica e migliora. «BostonGlobe.com is really designed for people who are drawn to our journalism and are really interested in reading stories from start to finish. It’s a true reading experience», affermava in quei giorni Martin Baron, all’epoca direttore del Globe (al quale ha fatto vincere un premio Pulitzer).

Ma Baron, probabilmente, aveva sovrastimato i suoi lettori. Oppure il 2011 era ancora troppo presto per poter parlare di giornali online completamente sotto paywall (perché la visione di ogni articolo su BostonGlobe.com si paga). Fatto sta che i risultati dell’esperimento dottor Jekyll e mister Hyde risultano tanto più disastrosi se raffrontati a quelli del New York Times. Ecco cosa scrive Bloomberg:

The Times newspaper now makes more money from readers than advertisers, helped by its online subscription program, which now has more than 640,000 paying customers.

The Boston Globe, by contrast, still relies primarily on ad dollars. The newspaper’s online subscription program has about 28,000 paying subscribers, 8 percent more than it did at the end of September.

Le bombe alla maratona di Boston e l’inversione di tendenza

 Il 15 aprile 2013, con gli attentati, il paywall cade. La decisione del Boston Globe (e, in seguito, del New York Times) è cosciente. La gente deve sapere, tutta la gente, pure quella che non s’è registrata sul sito, pure quella che non paga. I numeri che ha registrato la testata nei cinque giorni in cui è stata completamente gratuita li ha pubblicati Justin Ellis del Nieman Journalism Lab:

On April 15, 4.3 million unique visitors came to Boston.com, five times the normal traffic, and BostonGlobe.com — the newspaper-like responsive site that normally sits behind a paywall — garnered 1.2 million unique visitors, six times its normal average. That continued throughout the week; all eyes remained fixed on the Globe’s two sites. Over those five days, Boston.com generated three times its normal pageviews; mobile pageviews to Boston.com doubled; and BostonGlobe.com had 11 times its normal total.

Boston.com nei giorni successivi alle esplosioni è diventato il posto in cui trovare le breaking news, il liveblogging, gli aggiornamenti sui feriti e sulle necessità di sangue comunicate dalla Croce Rossa. Dall’altra parte, invece, si costruivano render che mostravano il percorso della maratona, i luoghi in cui le bombe erano state fatte scoppiare, si investigava sui presunti colpevoli e sulle loro vite.

Il lavoro fatto dalla redazione è stato enorme, il numero di pageview più che decuplicato lo dimostra. E l’hanno riconosciuto perfino i colleghi. I giornalisti del Chicago Tribune hanno inviato alla sede del Globe 60 pizze e un messaggio: «We can’t buy you lost sleep, but we can buy you pizza».

Latest from the Boston Globe newsroom - Live Blog - The Boston Globe

A emergenza terminata (e pizze finite) non tutto su BostonGlobe.com è tornato come prima. «We have added a live blog on the home page that provides breaking news and critical information in a format that makes it easy to share stories through social media, reinforcing BostonGlobe.com’s role as the go-to destination for timely, accurate, in-depth coverage for everyone», dichiara Christopher Mayer, l’editore. E dalle pagine dell’Huffington post gli fa eco il nuovo direttore della sua testata, Brian McGrory: «That’s why metro papers matter». Il sottotesto è chiaro: «Okay, la New York Times Company ci ha messi in vendita perché non guadagniamo abbastanza, ma siamo bravi, rendiamo un servizio, non ci si può spegnere così». Il cambiamento di strategia pare avviato. Ma la ricetta per la sopravvivenza pare ancora lontana.

[Foto del Boston Globe]