Articolo
20maggio

Il diritto all’oblio e i motori di ricerca: la sentenza della Corte di Giustizia Europea

La Corte di Giustizia Europea ha recentemente emesso una sentenza che fa già molto discutere, e destinata a generare conseguenze non ancora ipotizzabili, relativamente al cosiddetto ‘diritto all’oblio‘, ovvero il diritto di un individuo a non essere più ricordato per fatti che in passato sono stati oggetto di cronaca.

oot9QH6

Il caso del signor Mario Costeja González

Il caso è stato sollevato dall’Audiencia Nacional, il tribunale nazionale spagnolo che ha chiesto alla Corte Europea delle indicazioni relativamente alla vicenda del signor Mario Costeja González.

Il signor González, effettuando la ricerca del proprio nome su Google, ha scoperto che tra i risultati comparivano due annunci relativi ad un suo immobile messo all’asta 16 anni prima, dopo un pignoramento. González ha quindi fatto ricorso all’AEPD (equivalente spagnolo del nostro Garante per la Privacy) contro il sito che pubblicava gli annunci e contro il motore di ricerca stesso, affinché quelle informazioni e quei link venissero rimossi. Egli sosteneva infatti che il contenuto delle pagine violassero il suo diritto alla privacy e che le informazioni in esse contenute non fossero più rilevanti, considerato il tempo trascorso da quelle vicende.

L’Authority spagnola ha negato al signor González la possibilità di far cancellare il proprio nome dal sito che pubblicava gli annunci d’asta, poiché queste erano considerate informazioni di pubblica utilità, ma ha accolto il suo ricorso contro Google, invitando il motore di ricerca a fare in modo che i dati del signor González associati all’episodio di pignoramento non fossero più elencati nei risultati delle ricerche. In pratica, l’AEPD attribuiva al motore di ricerca la responsabilità sulle informazioni che esso rende accessibili, e di cui si fa intermediario. Google ha successivamente presentato ricorso al tribunale nazionale spagnolo contro questo pronunciamento, sostenendo che l’onere di oscurare l’informazione fosse da imputare all’editore della stessa. Il tribunale, che nello stesso periodo aveva ricevuto decine e decine di altre segnalazioni simili, ha allora deciso di chiedere il parere della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea

La Corte Europea, richiamando la direttiva comunitaria 95/46 sulla protezione dei dati, che definisce il trattamento dei dati come ‘qualsiasi operazione o insieme di operazioni compiute con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali, come la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la conservazione, l’elaborazione o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’impiego, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, nonché il congelamento, la cancellazione o la distruzione’, ha deliberato che Google è da considerarsi a tutti gli effetti responsabile del trattamento dei dati, per le sue specifiche attività di raccolta, estrazione, registrazione, organizzazione, conservazione e messa a disposizione dei dati, sotto forma di risultati di ricerca. Inoltre la Corte sottolinea come, la capacità dei motori di ricerca di organizzare le informazioni e razionalizzarne la ricerca, faciliti lo diffusione delle stesse e quindi a maggior ragione, essi debbano sottostare alla normativa che regola l’attività dei soggetti che operano sui dati personali.

mg10RGs

I giudici europei ammettono che sarà necessario trovare un equilibrio tra il diritto alla privacy dei singoli, e il diritto di accesso a informazioni potenzialmente utili per la società civile, anche in considerazione della sensibilità dei dati in questione, del ruolo pubblico ricoperto dall’individuo a cui questi dati sono riferibili, dall’attualità dei dati stessi. Nel caso specifico, secondo il tribunale europeo, i diritti privati prevalgono sull’interesse della società a rinvenire informazioni circa la messa all’incanto dell’immobile del signor González.

Conseguenze della sentenza

Quindi Google, di caso in caso, dovrà valutare  l’ammissibilità delle richieste di rimozione dei link ed eventualmente provvedere di conseguenza. Conscia delle possibili conseguenze di questa sentenza in termini di volume delle richieste, l’azienda di Mountain View si è attrezzata per automatizzare la procedura. Se un tempo era necessario il provvedimento di un giudice per richiedere la cancellazione di un link, ora è possibile accedere ad una apposita pagina e seguire l’apposita procedura. Chiaramente questa procedura, una volta attestata l’accettabilità della richiesta, cancellerà la pagina dai risultati di Google, ma non avrà alcuna conseguenza né sulla presenza del link su altri motori di ricerca né sull’esistenza della pagina stessa.

La sentenza ha ricevuto molti apprezzamenti, tra cui quello del Commissario europeo per la Giustizia Viviane Reding, che ne sottolinea l’importanza per la difesa del diritto alla protezione della propria privacy; per contro, tanti altri la considerano potenzialmente lesiva della libertà di informazione dei cittadini. Questa antonimia è stata sottolineata dallo stesso Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, il quale sostiene che ‘c’è un conflitto tra il diritto a essere dimenticato e il diritto di sapere”.

Il dibattito è destinato a proseguire a lungo, ma intanto Google ha già ricevuto numerose richieste di oscuramento dei link, da parte di cittadini che ritengono la propria privacy violata.