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25febbraio

Esce «Due gradi e mezzo di separazione» Domitilla Ferrari: «Basta solo un caffè»

Domitilla Ferrari

«Invita qualcuno a prendere un caffè domani mattina. Chiacchierate, trova un dettaglio che t’incuriosisce approfondire e fai domande». Quando ho conosciuto Domitilla Ferrari, social media strategist di Mondadori e autrice di Due gradi e mezzo di separazione (Sperling & Kupfer, 17,00 €), ci siamo viste per un caffè. «Chi è che non ha il tempo di un caffè per costruire un’amicizia, per condividere qualcosa?», dice lei. Quella volta era la settimana della moda di Milano, avrei dovuto scriverne per il blog delle sfilate di Donna Moderna e il mio pensiero fisso era non cadere dai tacchi. Domitilla è arrivata con un paio di scarpe da ginnastica rosse, ha sorriso e mi ha detto: «Oddio, oggi non ce la farei mai, c’è troppo da correre». I tacchi li ho abbandonati, ma quello che mi è rimasto da quella conversazione sta tutto in una frase del suo libro sul networking, uscito la settimana scorsa e andato in ristampa già prima di essere sistemato sugli scaffali delle librerie: «Il tuo scopo non è conquistare ogni giorno altri amici – scrive Domitilla – ma arricchire la tua vita».


Ferrari, Due gradi e mezzo di separazioneSe avessi fatto una tagcloud di «Due gradi e mezzo di separazione» credo che avrei scoperto che le parole «sincerità» e «amicizia» sono tra quelle che hai usato di più. Ma è un libro sul networking?
«Fare networking non serve a trovare un lavoro o a cercare nuove opportunità: serve ad avere una vita migliore. E nell’avere una vita migliore c’è anche cambiare lavoro se quello che fai ti fa schifo, o trovarlo se non ce l’hai. Nessuno di noi avrebbe la vita bella che ha se non la condividesse con le persone belle che ha scelto di avere intorno. Se non andassimo su internet solo per scrivere le recensioni brutte dei ristoranti ma anche per raccontare le cose positive che ci capitano, allora magari quelle cose ci tornerebbero indietro. Che poi è ciò che sta capitando a me.»

Infatti il libro è andato esaurito prima ancora che uscisse e fai presentazioni in giro per l’Italia. Ti aspettavi che il networking fosse un argomento che tira così tanto?
«Non era preventivato che andasse così. Non è un manuale che compri per imparare a fare business, è un libro che ti insegna a valorizzare delle cose che sicuramente già fai nella vita di tutti i giorni, soltanto che ti consiglio come farle meglio. Se ci pensi, che responsabilità!»

In «Due gradi e mezzo di separazione», però, ci sono anche interventi di altri volti noti del web: Mafe De Baggis, Silvia Zanella, Vincenzo Cosenza, per dirne alcuni. È un’idea che ti è venuta in corsa?
«Dico sempre che da loro ho imparato la maggior parte delle cose che so. Avevo pensato sin dall’inizio che volevo che ci fossero, mi ha divertito chiedere come vedono il networking perché è parte del loro mestiere. Sapevo che avrebbero detto delle cose che mi faceva piacere condividere, e che io non avrei saputo dire così bene.»

Quando hai cominciato a capire che la tua presenza online – il tuo essere te stessa su internet – poteva diventare il tuo lavoro?
«Nel 2003 ho aperto un blog, nel 2008, mentre lavoravo nella redazione di un giornale di carta, ho deciso di rispondere a un annuncio che avevo letto su Friendfeed, credo il più dimenticato tra tutti i social network. Mafe De Baggis aveva postato la notizia di questa posizione aperta in Mondadori. Sono andata a fare un colloquio raccontando che non avevo mai fatto la community manager. Ma sono stata presa. Gli account sui social network, la mia attività di gestione di un blog che era nato nel 2003 mi erano valsi quanto l’esperienza in quel settore che non avevo mai fatto. C’è gente che ha l’hobby degli aquiloni, il mio hobby sono sempre stati i social network. È il mio lavoro ed è anche il mio passatempo preferito.»

Due gradi e mezzo di separazione on Vimeo

Nel libro citi Klout e altri servizi che dichiarano di calcolare quanto un utente è influente online. Li spieghi, ma non dai alcun giudizio. Cosa pensi di Klout score e influencer?
«Sono utili a dare una misura. Mi dispiacerebbe che si pensasse, però, che gli influencer possano essere degli onniscenti supereroi dei media. Tu puoi avere un Klout score alto anche se interagisci sulla tua pagina sugli argomenti più disparati. Se ho bisogno di parlare di come si smacchiano le camicie, indipendentemente dal fatto che abbia un Klout score oppure no, probabilmente chiedo a mia madre. L’influenza online è il frutto di una somma di condizioni, non è un elemento assoluto, bensì relativo.»

Quali sono queste condizioni?
«Gli influencer amplificano i messaggi, non tutti i messaggi, non tutti gli influencer tutti i messaggi. Dipende da quello di cui ti occupi, dipende dall’argomento. Se dovessi lanciare un sapone non chiamerei qualcuno che si occupa di argomenti diversi dal beauty.»

Ma perché un’azienda dovrebbe rivolgersi a un influencer per promuovere un suo prodotto invece che affidarsi ad altre forme di comunicazione?
«Se ammettiamo che su 100 persone 90 leggano, 9 commentino e una sola crei, dobbiamo considerare l’influencer come quell’1 per cento. Per cui io, in Rete, racconto a quell’1 per cento che mi faccia arrivare al restante 99 per cento. E quell’1 per cento probabilmente ha giustificatamente un Klout score molto alto.»

Hai il tempo di un elevator pitch. Cosa mi racconti di te?
«Quello che mi ha permesso di scrivere il libro è che di solito sono più interessata agli altri di quanto gli altri siano interessati a me. In una corsa in ascensore, ti chiederei di te. Non sarei mai la persona che sono, non avrei la vita che ho se non avessi prestato attenzione a quello che altri avevano voglia di dirmi. O a quello che altri hanno scritto e che io ho letto e imparato.»