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18marzo

Ciò che non sai (ancora) è più importante di ciò che sai.

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«Conoscenza è potere»

Questo aforisma che ha dominato per secoli la vita di individui e governi è diventato oggi quasi un assioma. Un’affermazione cioè così evidente da non richiedere spiegazione. Se non conosci (abbastanza) sei ignorante. E se sei ignorante ti esponi a subire effetti di azioni, più che a determinarli. La strategia riposa sulla conoscenza in quanto tentativo di prevedere i futuri possibili attraverso degli scenari. Grazie a questi scenari elaboriamo preventivamente delle risposte che mirano a neutralizzare gli effetti indesiderati e a massimizzare quelli pianificati. Fare strategia significa quindi acquisire informazioni la cui poi elaborazione genera conoscenza. In questo senso la conoscenza è potere: genera controllo sul futuro rendendolo se non prevedibile almeno governabile.

Cosa succede dunque oggi nell’Information(al) Age?

L’informazione è l’elemento di vantaggio competitivo-produttivo e Internet promette una mole infinita di informazioni su qualsiasi cosa. Siamo dunque più potenti? A ben guardare intorno, non mi sembra. Che cosa succede alle nostre strategie? Internet ha reso l’informazione abbondante e a buon mercato (praticamente quasi gratuita). Se cerco oggi ‘How to build an atomic bomb‘ su Google ottengo 72.900.000 di risultati. Per prima cosa è evidente che l’informazione, anche su tematiche complesse, tende ad essere abbondante. La seconda evidenza è che passerei anni solo a valutare questa abbondanza. La terza considerazione pertiene al ciclo di vita di questa informazione: i risultati indicizzati possono diventare inaccessibili o superati prima che io arrivi a leggerli (obsolescenza) e l’indice stesso di Google si aggiorna a ritmi tali che una volta arrivati alla fine dell’elenco dei risultati dovrei ricominciare da capo: l’elenco stesso è cambiato nel frattempo! (volatilità).

Queste tre considerazioni introducono altrettante importanti caratteristiche dell’informazione, oggi. La prima è che l’informazione abbondante tende ad essere obsoleta e volatile. La seconda è che questa abbondanza esorbita la capacità di elaborazione dell’informazione stessa da parte dell’uomo. Infine: una cosa abbondante tende ad avere un basso valore di scambio, secondo il principio di scarsità che domina in economia. Queste tre considerazioni minano alla base ciò che è descritto sinteticamente con «Conoscenza è potere». In primo luogo se una cosa (l’informazione) è abbondante e accessibile a tutti, tende a diventare una commodity e quindi a non apportare alcun vantaggio competitivo. Secondariamente in un regime di abbondanza, obsolescenza e volatilità elevate la difficoltà di elaborare le informazioni causa difficoltà di generazione di conoscenza.

Dunque la conoscenza non serve più?

Assolutamente no. In primo luogo perché una cosa (la conoscenza) può apportare un incremento di beneficio trascurabile. Ma non significa che non apporti benefici: l’aria è più essenziale di un diamante. Ma essendo più abbondante non costa quanto un diamante. Dire che la conoscenza è la condizione necessaria ma non sufficiente per il tuo successo competitivo, non equivale a dire che la conoscenza (e l’informazione) non servano a nulla. Solo che se è dominio di tutti allora non mi differenzia da nessuno. In secondo luogo a ben guardare, è l’informazione ad essere abbondante, volatile e obsolescente. Il confine tra conoscenza ed informazione è molto concettuale, ma esiste. Se la conoscenza è elaborazione di informazioni, allora questa continua ad essere fondamentale per la strategia: nell’Information Age la scarsità non è rinvenibile nella disponibilità dell’informazione ma nella capacità di elaborarla.

Pensaci: per la prima volta nella storia dell’umanità l’uomo ha più informazioni di quelle che riesce ad elaborare. Cosa significa questo? Che l’elemento di vantaggio competitivo risiede sempre meno nel reperimento dell’informazione, e sempre più nell’interpretazione dell’informazione stessa. Che è conoscenza.

Ciò che non sai è più importante di ciò che sai

Ma in un mondo fluido e veloce come quello plasmato da informazioni presto obsolete, volatili ed accessibili, la conoscenza che genero potrebbe non bastarmi a livello competitivo. La conoscenza prodotta diventa infatti essa stessa informazione per nuova conoscenza. È una caratteristica del sapere: si genera solo per contaminazione del sapere pre-esistente. Ricapitoliamo: hai a disposizione un sacco di informazioni. Come tutti. Le hai elaborate per generare conoscenza, come pochi. Ciò ti da’ un vantaggio competitivo sugli altri. Ma: la conoscenza che hai generato diventa essa stessa informazione. Ed è probabile quindi che come tutte le informazioni oggi diventi presto se non obsoleta e volatile, almeno accessibile a tutti. Annullando il tuo vantaggio competitivo. È il motivo per cui oggi si parla di processi di innovazione continua e i mercati sono così frenetici.

La domanda diventa quindi: dove risiede il mio vantaggio competitivo? Una prima risposta è come abbiamo visto: nella capacità di interpretare le informazioni. La seconda risposta è: nel modo di porti rispetto a ciò che ancora non sai. Solo ad una prima vista si tratta di due risposte differenti. Scavando sotto la superficie in realtà entrambe pongono l’accento sul metodo. Riecheggiando Aristotele il primato è la forma e non la sostanza delle cose. In un mondo veloce (soggetto a obsolescenza, volatilità e abbondanza) capire prima degli altri il prossimo stadio dell’evoluzione significa avere possibilità di determinarlo o quanto meno di non subirlo. A livello competitivo ciò che (ancora) non sai può apportare incrementi di beneficio molto superiori dell’utilizzo di quello che (già) sai.

Approcciare l’ignoto.

La differenza fra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo tende ad essere meno chiara di quanto crediamo. Questo perché ciò che sappiamo soffre dei difetti del processo di conoscenza che come tutti i processi acquisiti è sempre soggetto a limiti che tendiamo a sottostimare. Il mio esempio preferito riguarda la metafora di Russell nella formulazione data da Popper: il tacchino induttivista. Immagina di essere un tacchino. Ciò che osservi in maniera chiara ed evidente è che ogni giorno, per 364 giorni, l’essere umano è tuo amico: ti nutre e ti coccola. Sempre. Per 364 giorni. Induttivamente è difficile concludere che l’essere umano è per te una gran benedizione. Ciò è una conoscenza basata sull’elaborazione di informazioni peraltro abbastanza concordi e stabili nel tempo. Come diceva Marx, tuttavia, un modo di vedere è anche un modo di non vedere. E così il 365esimo giorno dell’anno è per tua sfortuna il Thanksgiving Day. Il giorno in cui integri la tua conoscenza con un’ulteriore informazione: finirai nel forno. Un solo giorno di osservazione ne ricolloca 364. Ciò che (ancora) non sapevi era più importante di ciò che (già) sapevi.

Ciò che non ti è ancora capitato potrebbe ridefinire anni di routine e stabilità basate su un ampia esperienza. Nella vita come nel business. Queste asimmetrie sono ottimamente esplorate da Taleb nel suo Il Cigno Nero. Esse riposano sull’evidenza che spesso tendiamo (erroneamente) a giudicare il peso di qualcosa in associazione alla probabilità che ciò avvenga e alla distanza temporale dei suoi effetti. Senza quasi riguardo per l’entità degli effetti. Così preferiamo rimandare l’esercizio fisico anche se sappiamo che ciò ha effetto sulla probabilità di subire un infarto. In questo scenario l’ignoranza che incontriamo più spesso non è quella tradizionale legata all’assenza di informazioni (come nel caso del tacchino). Ma è quella più comune associata all’incapacità di elaborare correttamente queste informazioni. Principalmente per assenza di tempo e incapacità di separare il rumore dalle informazioni utili, un esercizio che non va d’accordo con il multitasking ma che richiede il dimenticato otium fondamentale per qualsiasi processo creativo.

Ma l’ignoto è per definizione tale. E a meno di non prevedere con certezza il futuro, resterà tale. Cosa fare dunque?

Diventa un aspirapolvere.

Quando vidi per la prima volta la pubblicità del Roomba, il celebre aspirapolvere autonomo venuto al mondo come un messia per il popolo dei single (e non delle casalinghe), fantasticavo già cosa avrei potuto fare. Non stavo comprando un aspirapolvere ma più tempo libero e una casa più pulita. Sempre pulita. La sfida cognitiva del piccolo robot è quella di doversi adattare a scenari più disparati (la mia casa è diversa dalla tua) e dinamici (la mia stanza stamattina era in ordine, ma sono abbastanza certo di arrivare alla fine della settimana con più vestiti in giro che dentro l’armadio). In questo senso ciò che il robot acquisisce a livello di informazioni sulle caratteristiche dello scenario in cui si muove, diventa quasi inutile il giorno dopo. È conoscenza poco utilizzabile. Cosa può fare dunque il piccolo robot? Non è importante quanto apprende, ma come apprende: il metodo vince sull’informazione. Perché l’informazione cambierà costantemente. Il primato competitivo rispetto ad altri robot simili risiede nella metodologia di apprendimento: il robot migliore sarà quello maggiormente in grado di rispondere al cambiamento. E dunque all’ignoto.

Non è possibile prevedere l’ignoto, ma ha senso investire in un metodo di relazione con quello che non sappiamo (ancora). Più è robusta questa metodologia, più trarremo solo benefici dall’ignoto e dal cambiamento. Mentre i nostri competitor cadono.